Dimanche 4 mai 2008
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16:30
Eros e Tanaos.
Da sempre indivisibili, indivisione incomprensibile ai più
giovani, a chi non è stato sfiorato dall’Angelo della Morte.
Solo con il passare degli anni si associano le due cose: allora l’uomo, spesso, ricerca nelle prestazioni sessuali l’illusione di una fuga a ritroso, di un rimanere giovane, confondendo spesso la virilità con il Vir.
Poi ritorna con se stesso…per questo forse l’animale uomo è l’unico animale che è triste dopo
l’amore.
In natura nulla si crea e nulla si distrugge: per cui è
quantomeno azzardato pensare che l’Io dell’individuo si annulli con la sua morte fisica.
“Giorno della mia vita, moviamo entrambi là verso il tramonto” come scrisse Nietzsche.
Quante volte mi sono fermato ad osservare un tramonto, non con quella tristezza decadente di chi vede
finire un giorno, un ciclo, una vita, ma con lo stupore
di un bimbo affascinato dai magici colori, come davanti ad una danza dionisiaca dove ninfe e fauni si intrecciano, si sovrappongono.
Il “suono” dei colori…(perchè essi hanno un suono!) la musica del dio Pan.
E tutto senza tristezza, senza melanconia, perché consapevole che se poi viene la notte, come dopo la
notte del Solstizio, poi viene il giorno… il Dio Sole invicto avrà ragione delle tenebre.
Magicamente io percepisco in quegli istanti la sintesi di
quel effetto estetico (che) nasce quando le forze artistiche in sé divise dell’apollineo e del dionisiaco entrano in azione una accanto all’altra.
Melodia dei colori…tavolozza di suoni.
Non fatuo sentimentalismo, vuota astrazione, ma capacità di cogliere l’attimo, l’intima anima del fatto.
E così per la morte, per quell’istante del passaggio, da
cogliere con un atto di volontà di potenza, con la dignità del momento, portandosi con sé tutte le cose
care della vita, ma senza rimpianti e nostalgie, con la forza del guerriero per la sua ultima
battaglia.
La seconda morte.
Scherzando mia madre diceva che per la compagnia doveva essere certo più divertente l’inferno che il
paradiso.
Ora, tralasciando una visione cristiana dell’aldilà con la sua concezione del bene e del male, del premio e del castigo secondo le regole della sua morale, da sempre mi sono posto il problema di come un essere “povero di
spirito” per usare la terminologia del Galileo, di un “uomo del ventre”, di un imbelle (nel senso
etimologico del termine) possa dopo la morte essere equiparato, messo sullo stesso piano astrale di ha avuto un ben diverso senso di vita –
la lealtà anteposta all’inganno, il coraggio alla viltà, lo spirito alla materia.
Di chi, pur senza arrivare a gradi superiori di
iniziazione, ha interagito nel corso della sua vita non solo con la realta fisica, ma anche con quella metafisica!
Realtà metafisica, sia ben chiaro, non influenze ed influssi exoterici, patos dettato da forze telluriche. Certamente, fortunatamente, certe leggi innaturali di uguaglianza non hanno e non possono aver valore in altre
dimensioni.
L’augurio che Vi faccio, che mi faccio, è quello di saper morire.
Forse non sarà possibile una “bella morte” in battaglia, ma
Vi auguro, mi auguro, di saper morire con dignità…e già quando nell’occhio divamperanno guizzi
d’agonia, di scorgere nella luce del tramonto la vetta più alta, di fiutare nell’aria la brezza
delle cime, dell’estrema altitudine.
E come i maschi degli stambecchi, che liberi hanno vissuto, prima di morire…girare la testa, lo sguardo verso Oriente.
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